Riccardo Chailly, Orchestra Scala, Lise Davidsen: la Scala riapre

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daphnis
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Riccardo Chailly, Orchestra Scala, Lise Davidsen: la Scala riapre

Messaggio da daphnis » 11 mag 2021 15:14

Mi ha provocato un sincero “fantastico!”, da un palco, la favolosa lettura data da Chailly ed orchestra della Scala al Preludio dei Maestri Cantori. E lo rifarei cento volte, cento volte avrei voluto ascoltare quel preludio così come Riccardo Chailly lo ha letto, per noi. A nuovo.
Tutto il Wagner eseguito in questo concerto scaligero della cosiddetta "riapertura", ne è stato il cuore ed il vertice. Lettura di precisissima identità stilistica. Nei Cantori e in Tannhauser Chailly ci ha dato un Wagner tutto costruito sul canto, per nulla fracassone, anzi tutto il contrario, improntato ad una lirica, inusitata, leggerezza, fraseggiatissimo, tutto un rubato, “un Wagner più lirico di quello che normalmente si ascolta” ha sintetizzato Pierluigi Panza sul Corriere. Lirico. Esatto. Un Wagner tutto-canto. Inconsueto e bellissimo. Il lied, appunto, ne sembra il punto di partenza. E non crediamo sia un caso che Chailly (peraltro già notevolissimo interprete wagneriano nei suoi anni giovanili trascorsi a Bologna) esprima qui una cultura di suono e frase, tornita rotonda luminosissima e “cantante”, che molto si apparenta a tutta la musica tedesca, a tutta la sua storia. Vengono da citare Mendelssohn, e Carl Maria Von Weber. E tutto il Lied. Non si trascorre invano lungo tempo in un luogo tale da esprimere una civiltà e una cultura quale Lipsia, senza che Brahms e il formidabile, recente Beethove di Chailly, e ora questi “assaggi” wagneriani ne siano espressione. C’è tutta la vita di Riccardo Chailly-interprete in questo Wagner del quale, avuto appunto l’assaggio e l’antipasto, gradiremmo ora le pietanze. Si parla, alla Scala, di una futuribile Tetralogia in mani da stabilire (Thielemann? Diversi direttori?). Ameremmo che Riccardo Chailly si ritagliasse alla Scala, un suo spazio personale, lavorando con orchestra e coro, su Tannhauser, su Lohengrin, sui Maestri Cantori, anche su Rienzi o l’Olandese. Ci sono le premesse per una “parola” musicale nuova e pertinente, sull’argomento-Wagner. Qualcosa di diverso ed alternativo a ciò che fa Thielemann, al pure bellissimo Wagner di Daniele Gatti, o ad una visione “toscaniniana”. Un Wagner che parta dal canto dalla frase e dalla doratura (gli ottoni all’inizio di Tannhauser erano fantastici!) del suono sarebbe un ascolto decisamente nuovo e stimolante. Chailly si è come “proposto”, in tal senso, in questo concerto. Viene da dirgli, con attesa: prosegua il discorso, Maestro, qui, alla Scala.
Era molto atteso il soprano Lise Davidsen, appena insignita di International Award dell’opera, di cui si parla come di una voce wagneriana su modelli storici. Ha cantato in maniera commoventissima il meraviglioso Purcell. e sicuramente ha esibito uno strumento, appunto, raro al giorno d’oggi per “importanza”. Il suo Verdi potrà esser stato stilisticamente perfettibile, forse bisogno di frequentazioni intense di direttori di scuola italiana che glielo “plasmino”. Ma che sia una voce quale raramente si ascolta, per dimensione ed anche bellezza, è indubbio. Debutto scaligero decisamente felice.
Chailly, con orchestra e coro, ha dato una fisonomia di “dolore solenne”, orante, al “Patria Oppressa”, mentre in Va Pensiero (di cui, prima o poi, si potrebbe fare a meno in concerto, a rischio che diventi il prezzemolo, e siamo convinti che il Maestro stesso non sia alieno da pensieri di questo tipo) il coro (splendido come sempre nel brano da Macbeth) è stato un po’ penalizzato dall’attuale collocazione dei musicisti fra palco e platea. Che invece, dopo l’esito fantastico di Salome, si conferma esaltante per la resa orchestrale, in espansione, sicurezza, sfumature, soprattutto aplomb da vera compagine “sinfonica”. Siamo convinti che, per l’orchestra scaligera, a questo punto (paradosso delle modifiche imposte dalla pandemia) tornare, non tanto in buca, ma nella tradizionale posizione schiacciata contro il palco, sarà forse triste, dopo l’esaltante “espansione sonora” vissuta stando schierata a scacchiera in platea. Quel favoloso “inizio” degli ottoni in Tannhauser, che abbiamo già citato, era la chiara spia musicale di ciò che l’orchestra riesce a produrre in questa collocazione alternativa. E allora, vien da dire a questo punto: le sia dato un auditorium per il repertorio sinfonico.
Quanto a Riccardo Chailly, oltre il folgorante Wagner (e Verdi, comunque notevole) ha fatto propria, nella sua anima questa cosiddetta “riapertura” rifuggendo completamente dal tono “celebrativo”. Nessuna celebrazione, nessuna “pompa magna” ma, anche, in un programma composito, “da occasione”, è prevalsa l’anima dell’interprete che studia e propone. Torniamo a quel Wagner: è stato il frutto – sia pur per frammenti – di uno studio geniale che ce lo ha dato nuovo, e interessantissimo. Questo modo di porsi di Riccardo Chailly ha reso la serata “avvolgente”, calda (si sentiva molto affetto, in queste esecuzioni), e intellettualmente viva. Bellissimo concerto. Bravi tutti, per la giusta “atmosfera”.

marco vizzardelli



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